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Yoga

Oggi in Occidente si pensa comunemente allo yoga come ad un tipo di ginnastica o di allenamento sportivo. 

Nulla di più lontano dal vero.

 

In realtà, come dimostrano tanti libri e documenti storici, lo Yoga è nato in India in antichità come un sistema filosofico.

 

Da allora è stato tramandato prima oralmente e poi per iscritto da saggi come Patanjali (Yoga Sutra) e in altri testi antichi considerati sacri per la religione indù.

 

 In questi testi si descrive come un insieme di pratiche quotidiane per aiutare gli uomini a vivere meglio.

 

Nel suo insieme, si tratta di un approccio meditativo e di pensiero, che conduce l’individuo ad essere calmo, introspettivo e positivo verso l’esistenza.

 

Un approccio che riprogramma la mente e il corpo della persona, sciogliendone i blocchi e i condizionamenti dovuti all’imprinting del passato, o a preoccupazioni per il futuro.

 

La pratica dello Yoga è altamente meditativa in quanto permette di stare pienamente nel qui ed ora e di vedere l’essenza della nostra esistenza: chi siamo davvero.

 

Qui risiede la parte spirituale e mistica dello Yoga. Ci aiuta a percepire, sperimentandolo nella pratica, che, lontani dai condizionamenti esterni e dalle emozioni, siamo capaci di provare calma e piacere, e che siamo uno spirito incarnato in un corpo.

 

Come spirito, siamo una Coscienza, parte della Coscienza Universale. Quando ci connettiamo con essa, siamo nello Yoga.

 

In quei momenti diventiamo  più intuitivi, intelligenti, centrati, calmi, superiori e quasi imperturbabili rispetto alle negatività altrui. 

 

La presenza della Coscienza in ognuno di noi è offuscata dalle interferenze delle fluttuazioni della mente.

 

Lo Yoga permette di lavare via queste fluttuazioni, ovvero i pensieri automatici, che drenano le nostre energie, e di curare gradualmente la dipendenza da emozioni negative o forti, come l’ansia, il dolore e la sofferenza.

 

In un percorso di sviluppo e crescita personale, lo Yoga permette così di entrare in contatto davvero con sè stessi, di sentirsi, di conoscersi, riconoscendo le proprie emozioni e risalendo alla propria essenza e piena autenticità

 

Il respiro consapevole, che è parte integrante della pratica, non solo libera la mente dai pensieri automatici, spesso negativi, ma anche il corpo, sciogliendolo e rendendo più flessibili i suoi muscoli e le articolazioni.

 

Per un vero yogin e una vera yogini, lo Yoga è quindi un vero e proprio stile di vita, un percorso verso l’automiglioramento, sia a livello di pensiero che di atteggiamento.

 

All’interno di questo percorso le asana, o posizioni dello yoga, fanno parte della sadhana, l’allenamento pratico.

Esse sono solo una parte dell’insieme di pratiche previste secondo la tradizione.

 

La sadhana, ossia la pratica degli esercizi veri e propri o asana, dovrebbe essere intesa non come un semplice allenamento fisico, ma come un momento importante della giornata, che ci permette di dissolvere le fluttuazioni (sanscrito: vritti) della mente: superare cioè i pensieri automatici o compulsivi.

 

A differenza di altre scuole filosofiche dell’antichità, la filosofia dello Yoga è esperienziale e non soltanto speculativa.

Senza un’applicazione pratica infatti è impossibile rimuovere le fluttuazioni della mente, e fare così esperienza della nostra vera essenza.

 

Lo Yoga nel Metodo Attivacrea

 

Il metodo Attivacrea® è incentrato sullo Yoga come strumento potente per accedere alla parte più vera di sè stessi e portarla all’autorealizzazione.

 

Attraverso esercizi corporei dello yoga, uniti alle affermazioni potenzianti, si guida la mente a focalizzare nuove mete, più costruttive e positive.

 

L’esperienza corporea permette di elevare e affinare la propria Coscienza e intelligenza attraverso lo Yoga.

Ricordiamo infatti che senza un’applicazione pratica infatti è impossibile rimuovere le fluttuazioni della mente, e fare così esperienza della nostra vera essenza.

 

Il metodo Attivacrea® permette di unire la pratica delle asana e delle affermazioni al respiro consapevole, che fa parte della vasta gamma di pratiche che fanno parte dello Yoga (in sanscrito è detto Pranayama: controllo del respiro), e alla Numerologia, un’antica scienza che offre la mappa della costituzione energetica della persona.

 

In questo modo la pratica dello Yoga si potenzia, l’allievo entra prima in contatto con parti molto profonde di sè e attiva le proprie caratteristiche potenzianti. 

 

Sotto questo aspetto e in base ai vari di significati che sono stati attribuiti allo yoga nel corso della storia, come puoi leggere nel prossimo paragrafo, invitiamo a ragionare su come esso ci possa aiutare davvero a rigenerarci, a tornare a noi, a comprendere chi siamo, cosa desideriamo, cosa ci fa stare bene, e a guardare le cose da una nuova prospettiva.

 

Se ti è piaciuto leggere questo contenuto fin qui, prosegui la lettura e continua ad approfondire cos’è lo Yoga e come ha avuto origine.

 

Origine e significato del termine

 

(Molti dati provengono da Wikipedia)

 

Molti studiosi, tra i quali Mircea Eliade (1907 – 1986), storico delle religioni, riferiscono il termine yoga alla radice sanscrita yuj- con il significato di “unire”, da cui anche il latino iungere e iugum, il germanico joch, eccetera.

 

Da questa radice verbale derivano altri termini sanscriti quali: yuj (verbo) con il significato di “unire” o “legare”, “aggiogare”; yúj (aggettivo) “aggiogato”, “unito a”, “trainato da”; yugá (sostantivo) ossia il giogo che si fissa sul collo dei buoi per attaccarli all’aratro.

 

Non specifico di alcuna particolare tradizione indù, lo Yoga è stato principalmente inteso come mezzo di auto-realizzazione e di salvezza spirituale, quindi variamente interpretato e disciplinato a seconda della scuola, stile o tradizione.

Lo Yoga storicamente si è diffuso in quasi tutta l’Asia, infatti con tale termine sanscrito, con significato analogo, viene utilizzato anche in ambito buddhista e giainista.

 

Tuttavia, lo Yoga non è mai stato associato ad una religione

Per cui si tratta di una pratica disponibile a chiunque abbia un proprio credo o dottrina di riferimento.

 

Come termine è stato invece collegato alle darśana (discipline filosofico- spirituali).

Lo yoga-darśana (dottrina dello yoga),  rappresenta una delle sei darśana, ovvero uno dei “sistemi ortodossi della filosofia religiosa” indù.

 

 In epoca molto più recente, si è cercato di diffondere lo Yoga anche nel mondo occidentale, grazie a maestri del calibro di Paramahansa Yogananda, al quale lo Yoga classico (Hatha Yoga) del metodo Attivacrea® si ispira. 

 

Il termine yugà si riscontra già nel più antico dei testi sacri induisti, i Veda, il Ṛgveda, con il significato di “giogo”.

 

Viene usato in questi testi a indicare l’unione di tutte le parti della persona: mente, corpo e spirito, verso la connessione totale con la Coscienza Universale.

In questo modo l’uomo va oltre la schiavitù dei sensi e delle emozioni, si evolve ed evita errori karmici, o di azione, dovuti all’impulsività

 

Da qui il significato di yoga come insieme di tecniche anche meditative aventi come scopo l'”unione” con la Realtà ultima e tesa ad “aggiogare”, “controllare”, “governare” i “sensi” (indriya) e i vissuti da parte della coscienza. 

 

In sintesi, in un certo senso lo yoga significa unione con il proprio vero Sè.

 

Ed anche se etimologicamente ha radici identiche alle parole “giogo” o “legame”, ha questo significato solo in relazione al tenere a bada le emozioni squilibranti: per tutto il resto si tratta piuttosto di una liberazione dai condizionamenti che operano a nostra insaputa.

 

Continua a leggere per comprendere meglio come storicamente si è descritto questo secondo aspetto. 

 

La dottrina dello Yoga nelle Upaniṣad vediche

 

Se dunque nei Veda, segnatamente nella Ṛgveda Saṃhitā, termini correlati al termine yoga hanno il compito di suggerire agli uomini di “imbrigliare” i propri sensi, pensieri e vissuti per dedicarli con talento alle attività  spirituali, è nelle successive Upaniṣad che tale termine inizia ad avere dei significati più precisi e tecnici.

 

È nella Kaṭha Upaniṣad, collegata al Kṛṣṇa Yajurveda e databile intorno al V sec. a.C., che il termine yoga compare in modo più chiaro.

 

«Il saggio, in seguito alla realizzazione dello yoga individuale (adhyātma yoga), avendo contemplato [in sé] il Dio che è difficile da vedere, che è sprofondato nel mistero, che giace nel cuore, che è riposto nella cavità, che è l’antico, abbandona il piacere e il dolore.»

(Kaṭha Upaniṣad, I.2.12, traduzione di Pio Filippani Ronconi, in Upaniṣad antiche e medie, Torino, Boringhieri, 2007, p. 347)

 

E quindi, il praticante si discosta dai sensi e dalla loro ambivalenza o doppia polarità di piacere e dolore, tra i quali, di solito, oscilla, senza un proprio equilibrio.

 

L’equanimità, o imperturbabilità dai sensi. invece, ricercata da ogni yogin, è un insegnamento prezioso, e una tappa fondamentale della crescita personale di ogni praticante.

 

Śvetāśvatara Upaniṣad

Composta fra il IV e il II secolo a.C.,  questa Upaniṣad riveste un posto particolare, in quanto contempla temi che saranno propri del successivo induismo: l’aspetto teistico; la fede come devozione, la bhakti; il concetto di energia divina, la śakti, ossia la potenza creatrice del Dio, il suo aspetto immanente; lo Yoga.

 

Inizialmente lo Yoga è descritto come disciplina meditativa capace di realizzare la śakti, la potenza stessa divina (deva-ātma-śakti).[18] Nel secondo canto troviamo descrizioni sia di carattere tecnico sia riguardanti i segni che contraddistinguono il percorso dello yogin.

 

«A questo punto, avendo controllato i suoi soffi vitali e trattenuto il moto del respiro, allorché il prāṇa è raffrenato, espiri dal naso; come colui che conduce un veicolo trascinato da cavalli cattivi, così pure il saggio trattenga la sua potenza mentale senza distrarsi.»

(Śvetāśvatara Upaniṣad, II.9, traduzione di Pio Filippani Ronconi, in Upaniṣad antiche e medie, Torino, Boringhieri, 2007, p. 323)

 

Vi compaiono dunque precisi accenni al controllo della respirazione, che è collegata al prāṇa, il principio vitale inteso come “soffio” e forza vitale attiva dentro il nostro corpo.

 

Si fa riferimento anche al dominio dell’attenzione o concentrazione mentale intese come capacità di non essere distratti: elementi questi che ritroveremo entrambi nella successiva sistematizzazione dello Yoga classico (Hatha Yoga).

 

Degna di nota è infine la relazione fra Yoga e immortalità, lo Yoga cioè come disciplina salvifica.

 

Maitrī Upaniṣad

 

L’ancora più tarda Maitrī Upaniṣad (o Maitrāyaṇīa Upaniṣad, composta fra II sec. a.C. e il II sec. d.C, entra ulteriormente nell’aspetto descrittivo:

«Si dice anche altrove: “Colui che ha i sensi assorti come in un sonno profondo, vede mediante il pensiero più puro (śuddhitamayā dhiyā), come in un sogno, nella caverna dei sensi, ma non soggetto al loro potere, [l’intimo movente,] chiamato oṃ, che ha la luce come forma, che è libero da sonno, da vecchiaia, da morte, da dolore. Egli stesso, chiamato oṃ, diventa lui pure l’intimo movente, libero da sonno, da vecchiaia, da morte, da dolore”. Così dice [la śruti]: “Per il fatto che egli unifica (ekadhā yunakti:congiungere) al prāṇa e all’oṃ tutto [il molteplice], e [per il fatto che essi] vengono congiunti (yuñjate), si denomina questo [atto] congiunzione (yoga) suprema’. 

L’unità del prāṇa e della mente, nonché dei sensi, e la rinuncia a tutte le condizioni [di esistenza], ecco ciò che si considera come unione (yoga)”.»

(Maitrī Upaniṣad, VI.25, traduzione di Pio Filippani Ronconi, in Upaniṣad antiche e medie, Torino, Boringhieri, 2007, p. 409)

 

In questa Upaniṣad troviamo quindi sia la più estesa e precisa definizione di che cos’è lo Yoga dall’antichità, sia la più antica suddivisione dello Yoga in varie pratiche, dette aṅga (lett.: “braccia”, “membra”): prāṇāyāma (controllo della respirazione); pratyāhāra (ritrazione dei sensi); dhyāna (meditazione); dhāraṇā (“connessione profonda”); tarka (“pensiero”, “ragionamento”); samādhi (“concentrazione, fusione con la Coscienza Universale, detta anche Assoluto”).

 

«Or ecco il modo di ottenere [l’unione con l’Assoluto]: controllo del resipro [prāṇāyāma], ritraimento [dai sensi degli oggetti nelle corrispondenti facoltà] [pratyāhāra], meditazione [dhyāna], concentrazione [dhāraṇā], riflessione [tarka], assorbimento [nell’Assoluto] [samādhi]; tali sono i sei capisaldi del metodo chiamato Yoga [unione, congiungimento].

 

Mediante questo, allorché un veggente vede l’Aureo, il Fattore, il Signore, lo Spirito, il brahman, la Matrice, allora egli sa, avendo abbandonato il bene e il male, realizza la onniunità nel Supremo inalterabile.»

(Maitrī Upaniṣad, VI.18, traduzione di Pio Filippani Ronconi, in Upaniṣad antiche e medie, Torino, Boringhieri, 2007, pp. 405-406)

 

Si tratta quindi di una suddivisione in sei discipline chiamate membra, che rispetto a quella classica e posteriore di secoli scritta da Patanjali negli Yoga Sūtra manca delle norme di carattere generale e morale (le osservanze e le restrizioni: yama e niyama), e dove il ragionamento prende il posto della posizione (āsana). 

 

Tarka è da intendersi come la riflessione ragionata sugli argomenti delle scritture, dei Veda. Ciò testimonierebbe, secondo questa Upaniṣad, che in questo stadio lo Yoga era principalmente una disciplina di carattere speculativo, o filosofico.

 

La “sospensione del pensiero” (cittam niruddham) qui evidenziata è del tutto equivalente alla definizione che si dà negli Yoga Sūtra (yoga citta vṛtti nirodhaḥ: lo yoga è la sospensione delle fluttazioni della mente).

 

Lo Yoga classico nello Yogasūtra di Patañjali

 

La prima grande opera indiana che descrive in modo sistematico le tecniche dello Yoga è lo Yoga Sūtra (“Aforismi sullo Yoga“), redatto da Patañjali, vissuto fra il II sec. a.C. e il V sec. d.C., che raccoglie 196 sūtra.

 

A lui va il merito di aver interpretato lo Yoga quale dottrina soteriologica e soprattutto filosofica da tradizione mistica che era.

 

Lo Yogasūtra è suddiviso in quattro sezioni dette pāda, che sono: Samādhi Pāda (la “congiunzione”); Sādhana Pāda (la “realizzazione”); Vibhūti Pāda (i “poteri”); Kaivalya Pāda (la “separazione”).

 

Nel primo pāda viene introdotto e illustrato lo Yoga come mezzo per il raggiungimento del samādhi, lo stato di beatitudine nel quale, sperimentando una differente consapevolezza delle cose, si consegue la liberazione (mokṣa) dal “ciclo delle rinascite” (il saṃsāra).

 

Nel secondo è esposto l’Aṣṭāṅga Yoga (“Le otto membra dello Yoga”, noto anche come Raja Yoga, lo “Yoga regale”); esso codifica in modo completo lo Hatha Yoga, o Yoga Classico, stile tradizionale cui si rifa il Metodo Attivacrea®.

 

Nel terzo Patañjali prosegue descrivendo le ultime tre fasi del percorso yogico; vengono altresì esposti i “poteri sovraumani” (vibhūti) che è possibile conseguire con una pratica corretta dello yoga. Nell’ultimo pāda il filosofo dà una veste filosofica alla disciplina finora presentata rifacendosi alla dottrina del Sāṃkhya: il samādhi consente finalmente di riconoscere la “separazione” (kaivalya) fra spirito (puruṣa) e materia (prakṛti).

 

Kaivalyapuruṣa e prakṛti, insieme ad altri, sono termini del pensiero del Sāṃkhya, scuola sistematizzata dal filosofo indiano Īśvarakṛṣṇa intorno al IV secolo d.C., ma di origini ben anteriori.

 

Patañjali adotta il Sāṃkhya e su di esso fonda il suo Yoga, coniugando così due fra le tradizioni più antiche del mondo indiano, quella filosofica del Sāṃkhya e quella mistica dello Yoga.

 

Così sintetizza il suo contributo lo storico delle religioni  Mircea Eliade:

«Lo Yoga classico comincia dove finisce il Sāṃkhya. Patañjali fa sua quasi integralmente la dialettica Sāṃkhya, ma non crede che la conoscenza metafisica possa, da sola, portare l’uomo alla liberazione suprema.»

(Mircea Eliade; in Eliade 2010, p. 47)

 

Di opinione differente è il filosofo indiano Surendranath Dasgupta[51], il quale ipotizza un’origine comune per entrambi i sistemi in quello che è stato definito il “proto-Sāṃkhya”[52], il Sāṃkhya delle origini, del quale però poco o nulla si conosce non esistendo alcun testo coevo. Egli però non nega a Patañjali di aver operato una notevole sintesi delle tradizioni dello Yoga e del Sāṃkhya, sia che fossero tradizioni distinte, sia che avessero origini comuni. 

 

Il Sāṃkhya postula l’esistenza di due princìpi eterni e inconciliabili: il puruṣa, il “veggente”, puro spirito frammentato in infinite monadi, testimone inattivo dell’incessante evoluzione della prakṛti, il secondo principio: la “natura naturante”, la materia concepita come ente da cui deriva per differenziazioni successive ogni aspetto della realtà fisica, materiale e mentale.

 

Sebbene distinti, tra tali due princìpi si esercita normalmente un’influenza che è causa sia dell’evoluzione del cosmo sia della sofferenza umana.

 

Da un lato abbiamo il puruṣa, che non possedendo la facoltà di agire si lascia illudere dalla prakṛti attribuendosi un dinamismo che gli è alieno; dall’altro lato c’è la prakṛti, che nel suo prodotto più evoluto, cioè il citta (la coscienza), si erge illudendosi d’essere altro dalla materia stessa.

 

La confusione originata da tale ignoranza condanna il cosiddetto “io trasmigrante” a reincarnarsi dopo la morte del “corpo grossolano” che lo accoglieva: è il saṃsāra: l’evoluzione della materia prosegue e così anche la vita intesa in senso lato. E tornare a vivere è ricadere nella sofferenza.

 

La liberazione da questo ciclo è possibile, secondo il Sāṃkhya e lo Yoga di Patañjali, soltanto riconoscendo gli aspetti autentici del puruṣa e della prakṛti e quindi il loro stato di effettiva “separazione”, il kaivalya. Il soggetto che può operare tale distinzione non può certo essere il puruṣa, ma la prakṛti stessa nella sua forma più complessa, la coscienza, il citta.

 

Il citta, l’insieme delle funzioni mentali consce e inconsce, deve liberarsi da tutto ciò che la oscura e la agita, da quei “movimenti” che Patañjali chiama “vortici” (vṛtti). E questo altro non è se non il fine dello Yoga:

 

«yogaś citta vṛtti nirodhaḥ»

 

«Lo yoga è la soppressione dei movimenti della mente.»

(Yoga Sūtra, I.2; citato in Iyengar 2010, p. 65)

 

Resa quieta la coscienza, questa può finalmente riconoscere lo spirito quale testimone non vincolato, libero, inattivo e trascendente. Quando ogni essere senziente si sarà così liberato, la prakṛti si riassorbirà in sé stessa e tutto tornerà nello stato primordiale.

 

Gli otto stadi del Rāja Yoga

 

 

Uno yogin mentre pratica il dhyāna, la meditazione yogica.

«Lo yoga deve essere conosciuto attraverso lo yoga. Lo yoga è il maestro dello yoga. Il potere dello yoga si manifesta solo attraverso lo yoga.»

(VyāsaYogabhāṣya, commento a Yoga Sūtra, III.6; citato in Iyengar 2010, p. 185)

 

Gli stadi in cui Patañjali suddivide lo Yoga Classico (Hatha Yoga), cui si ispira il Metodo Attivacrea®sono otto. I primi due, yama niyama, rispettivamente le “astensioni” e le “osservanze”, sono da intendersi come norme di carattere generale, indispensabili codici morali da adottare quotidianamente per chi voglia intraprendere il percorso (sādhana).

 

Vediamoli tutti:

    • Yama: astinenze; astensioni; freni; proibizioni; regole di comportamento. Queste sono:
        • Ahimsa: non violenza; pacifismo;

        • Satya: sincerità; genuinità;

        • Asteya: non rubare; temperanza;

        • Brahmācarya: continenza; castità; letteralmente vuol significare “seguace del Brahman” con riferimento al primo degli stadi della vita di un hindu che segue il percorso canonico di realizzazione spirituale;

        • Aparigraha: non avidità; moderazione; rinuncia;

    •  Niyama: osservanze; discipline. Queste sono:
        • Śauca: pulizia; purezza;

        • Saṅtoṣa: appagamento; contentezza; soddisfazione;

        • Tapas: autodisciplina; fervore mistico; ardore; ascetismo; il significato etimologico del termine tapas è “calore”, e in senso figurato sta a indicare l’austerità religiosa;

        • Svādhyāya: studio (delle scritture sacre, cioè la recitazione dei Veda); 

        • Īśvara praṇidhāna: abbandono al Signore. Il Signore non è un Dio creatore né un Dio giudice o dispensatore di grazia, ma piuttosto un essere supremo, un modello cui lo yogin può ispirarsi; sarà soltanto successivamente, con il diffondersi delle correnti devozionali, che la figura di Dio nello Yoga classico assumerà un ruolo più decisivo, all’insegna della devozione emotiva, la bhakti;

  • Āsana: posizione fisica; postura. Patañjali menziona il termine in un solo sūtra, parlando genericamente di una qualsiasi posizione che risulti stabile e comoda;

    • Prāṇāyāma: controllo della respirazione e del flusso vitale. Il termine è composto da prāṇa e āyāma, che sta per “allungamento”, “espansione”, mentre il primo è generalmente reso con “respiro vitale”;[60]

    • Pratyāhāra: ritrazione dei sensi dagli oggetti; astrazione dal mondo; isolamento sensoriale. Si passa da uno stadio in cui le funzioni sensoriali sono dominate dai rispettivi oggetti dei sensi, a uno stadio in cui i sensi ne sono affrancati per permettere una conoscenza altra, quella che deriva dalla propria coscienza (citta);[61]

    • Dhāraṇā: concentrazione. La “concentrazione” è definita come «fissare la coscienza (citta) su qualcosa»;

    • Dhyāna: meditazione; contemplazione profonda. Non si tratta qui della meditazione comunemente intesa, né di una forma di rimuginazione interiore: il dhyāna è contraddistinto da uno stato di coerente lucidità;

    • Samādhi: congiunzione con l’oggetto della meditazione; assorbimento della coscienza nel sé; enstasi.

 

Patañjali così definisce il samādhi:

«Quando l’oggetto della meditazione assorbe chi medita, e appare come soggetto, si perde la consapevolezza di se stessi. È il samādhi

(Yoga Sūtra, III.3; citato in Iyengar 2010, p. 181)

 

Il filosofo distingue due momenti prima del compimento del percorso esposto:

    • Samprajñāta samādhisamādhi con sostegno; samādhi consapevole. Il termine, samprajñāta vuol letteralmente significare “con oggetto della consapevolezza”.[
    • Tale samādhi è caratterizzato da quattro componenti: assorbimento nel pensiero analitico (vitarka), assorbimento nel pensiero sintetico (vicāra), sperimentazione della beatitudine (ānanda), coscienza dell’unità con sé stesso (asmitā);

    • Asamprajñāta samādhisamādhi senza sostegno; samādhi non cosciente. Il termine non è invero usato da Patañjali ma dai suoi commentatori: il filosofo lo definisce soltanto come un “andare verso la quiete” (virāma paratyaya), nel senso che le funzioni psicomentali, ancora attive nel samprajñāta samādhi, adesso sono in via di dissoluzione;

 

Quando anche queste funzioni hanno terminato di esercitare del tutto la loro influenza, si è nel:

    • Nirbīja samādhisamādhi senza seme. Tale stadio è quello finale, il samādhi propriamente inteso, nel quale è abbandonata anche quella forma di percezione differente che lo yogin ha sperimentato precedentemente, iniziata col pratyāhāra e proseguita fino alle forme compiute di samādhi consapevoli, dette sabīja samādhi, cioè samādhi “con seme”.

 

«È uno stato al di là dell’esperienza sensoriale del mondo, nel quale la coscienza è raccolta in sé stessa senza alcun oggetto, ossia è riflessiva, poiché è essa stessa il proprio oggetto.»

(Gavin Flood; in Flood 2006, p. 132)

 

Raggiunto il nirbīja samādhi l’individuo ha finalmente liberato il suo puruṣa dall’influenza della materia rendendogli la propria condizione originale; il suo corpo trasmigrante si è del pari riconosciuto per quel che è reintegrandosi nella prakṛti: è la condizione del “liberato in vita” (il jīvanmukta), una situazione paradossale. Pur vivo, egli ha abbandonato il ciclo delle rinascite (il saṃsāra); pur continuando a esistere nel tempo, egli è fuori dal tempo; pur possedendo un corpo, la propria coscienza (il citta) è ora assimilabile al puruṣa, il testimone delle evoluzioni del materiale e del mentale: egli “si vede”. Soggetto e oggetto al contempo, il liberato in vita vive in uno stato di “sovracoscienza“, uno stato di estrema, impassibile lucidità, ovvero l’imperturbabilità e la pace interiore di cui abbiamo parlato.